Il futuro dei servizi come Glovo e Just Eat è nella condivisione dei dati degli utenti

Il modello di business dei servizi di recapito del cibo, come Just Eat, o di qualsiasi cosa, come Glovo, è apparentemente lineare. Il consumatore paga un sovrapprezzo per il servizio di cui una piccola percentuale, variabile a seconda del fornitore, va a chi si occupa del recapito della merce.

In verità, il guadagno di tutti i servizi di intermediazione digitali basati su app non si ferma al margine sulla singola consegna, o intermediazione. Se fosse così, infatti, sarebbe necessario raggiungere volumi molto alti e, se si deve rendere conto agli investitori è necessario crescere costantemente.

Alla crescita del numero di utenti, però, corrisponde anche un incremento delle spese di gestione che non comprendono solo il compenso dei fattorini. Ci sono, per esempio, le spese che riguardano l’infrastruttura tecnologica a cui si possono aggiungere altri costi non sottovalutabili.

Pensiamo ai costi delle eventuali cause di lavoro, oppure a quelli di marketing e pubblicità che, in un mercato denso di concorrenti, sono inevitabili.

Le nuove fonti di guadagno

È facile immaginare, così, che l’evoluzione dei servizi digitali che puntano sull’intermediazione tra consumatore e produttore, di beni o servizi, passi per ulteriori fonti di guadagno.

Abbiamo parlato con Matteo Lentini, Managing Director di Ufirst, del futuro di questo tipo di servizi di intermediazione di cui quelli di consegna del cibo sono i più noti ma non gli unici.

Matteo Lentini, Managing Director di Ufirst.

Ufirst è un servizio via app, ma presto disponibile anche via web, nato nel 2016 che permette di prenotarsi presso strutture pubbliche convenzionate – Comuni, banche, ospedali – allo scopo di evitare la fila o di acquistare un accesso prioritario in aeroporti, traghetti, musei e attrazioni turistiche in Italia e all’estero.

Inizialmente la startup romana era un fornitore di soli servizi di accesso prioritario a pagamento, e ha aggiunto il saltacode negli uffici pubblici dopo l’acquisizione di Qurami. Ufirst cresce e, secondo le parole di Lentini, conta 500mila utenti attivi a cui offre servizi di circa un centinaio di partner per un totale di 500 punti di accesso nel Paese.

L’evoluzione di una app di questo tipo, ma il discorso vale anche e soprattutto per le società di food delivery, va verso un paio di direzioni. In primo luogo, è intenzione di Lentini stringere partnership finalizzate all’acquisto di prodotti e servizi da proporre all’utilizzatore dell’app durante l’attesa.

Apri un conto in banca mentre aspetti in coda

Per esempio si potrebbe dare la possibilità di aprire un conto in banca”, immagina Lentini, ex Country Manager di Foodora Italia. “Oppure utilizzare la app per veicolare informazioni e offerte fornite proprio dall’ente o dalla società convenzionata con Ufirst di cui l’utente sta chiedendo il servizio”.

La app, o il web service via Pc, insomma diventerebbe un ulteriore veicolo promozionale e di vendita. Ma non è tutto qui.

La vendita, infatti, diventa più efficace se il prodotto è offerto al cliente giusto. E qui entra in gioco la vera merce di scambio che permetterà a queste startup di proseguire nella crescita del fatturato: i dati.

Il consumatore che utilizza Ufirst, ma anche Glovo o Just Eat, è una vera miniera d’oro per gli algoritmi di analisi delle informazioni. Grazie ai software specializzati che integrano funzionalità di machine learning, infatti, è possibile definire dei profili molto precisi dei consumatori. Le informazioni raccolte, così, potrebbero risultare molto utili ai ristoranti, ma anche agli ospedali e alle Amministrazioni Pubbliche.

Un ristorante, per esempio, potrebbe tarare la sua cucina in base alle ordinazioni ottimizzando così l’acquisto di materie prime e la lavorazione, fornendo un servizio più rapido. La struttura pubblica, invece, potrebbe prevedere quali altri servizi sarebbero utili all’utente, anche qui ottimizzando tempi e risorse.

Credo che Ufirst in particolare – osserva Lentinirientri a buon titolo all’interno di una piattaforma globale di servizi di una Smart City specializzandosi nella gestione ottimale del tempo, il bene più prezioso dei cittadini”.

E nel nome della gestione ottimale del tempo rientra la raccolta e l’analisi a fini predittivi delle informazioni che i cittadini lasciano nei server delle varie app.

Oltre a collezionare le informazioni relative alle abitudini degli utenti, però, la scommessa riguarda anche il miglioramento del servizio. Sapere e incrociare dati sul traffico, sul meteo e l’impatto della temperatura sul cibo e altri dati collaterali, può contribuire a rendere il servizio più efficiente.

A chi, indignato, punta il dito sull’utilizzo dei propri dati personali si può rispondere con serenità. In primo luogo, l’aver ordinato una pizza 4 stagioni non è da considerare un dato personale sensibile. Inoltre, siamo di fronte alla stessa situazione per cui, subito dopo aver parlato al telefono di sushi, troviamo tra gli annunci sponsorizzati di Facebook quelli dei ristoranti di pesce crudo della nostra zona.

Il traffico sul web di queste informazioni può essere contestabile perché poco trasparente, ma è anche vero che le persone non sono così radicali rispetto alla condivisione dei dati che li riguardano.