Così la rivoluzione digitale ha cambiato la struttura delle canzoni: più corte, basta ritornello, domina il ‘gancio’

Che la rivoluzione digitale degli ultimi due decenni (il primo modello dell’iPod compirà 20 anni giusto il 23 ottobre) abbia trasformato i mezzi con cui ascoltiamo la musica, è cosa nota. Meno scontato è il fatto che abbia cambiato la musica stessa, a cominciare dalla struttura delle canzoni.

Se pensiamo a un brano di musica pop o rock, è quasi inevitabile che ci venga in mente la cosiddetta “forma strofa-ritornello”. Prendiamo in esame She loves you dei Beatles: le voci di Paul McCartney e John Lennon introducono il dramma (il protagonista è convinto che la sua partner non lo ami più), segue un pre-ritornello in cui la tensione cresce (a quanto sostiene il magnifico duo, la ragazza non lo ha dimenticato), per poi esplodere nella catarsi del ritornello: lei lo ama ancora! Poi si replica a piacimento, anche se lo standard è di massimo due o tre ripetizioni.

Il fatto che questa sia la struttura (prevedibile, ma pur sempre efficace) che associamo immediatamente alle canzoni non è dovuto al caso. Secondo il teorico musicale Jay Summach, se alla fine degli anni Sessanta circa il 42% dei brani di successo usava la forma strofa-ritornello, entro la fine degli anni Ottanta si era già saliti all’82%.

Ma dall’inizio dello scorso decennio lo scenario ha iniziato a cambiare velocemente. Non si tratta solo dello spazio sempre crescente acquisito dalla musica elettronica – fenomeno che, tra alti e bassi, ha avuto inizio nei lontani anni Settanta. Si parla, piuttosto, di frammentazione dei media (siti internet e app quali Youtube e Spotify hanno sostituito jukebox e canali televisivi) e di un tentativo, più o meno riuscito, di sopravvivere all’economia dello streaming.

Quello in cui impazzava la forma strofa-ritornello era un mondo nel quale la commercializzazione della musica era dominata principalmente dalla vendita di supporti come vinili, audiocassette e dischi, e dalla diffusione in radio e televisione.

Era inevitabile che, a fronte di questo sisma, la struttura della canzone ne uscisse alterata. Gli artisti non sono più solo in competizione con i colleghi, ma anche con tutte le distrazioni contenute in un cellulare: app, podcast, serie TV…

Il loro obbiettivo è diventato quello di creare musica che catturi l’attenzione dell’ascoltatore dall’inizio alla fine. Per questo il ritornello è stato sostituito dall’“hook” (letteralmente: “gancio”), un passaggio strumentale di musica elettronica progettato per invogliare alla ripetizione ossessiva. E poiché le piattaforme generalmente non pagano se l’ascoltatore non supera i primi 30 secondi di un brano, gli autori sono incentivati a cominciare in medias res, mettendo il materiale migliore all’inizio.

Prendiamo il caso di Bad guy di Billie Eilish, la canzone più venduta del 2019, ben 19,5 milioni di copie a livello globale. L’apice emotivo non è un ritornello, del tutto assente, bensì un hook ritmico e ossessivo punteggiato dagli eterei vocalizzi della cantante diciannovenne. E non è l’unico caso di ritornello sostituito da una sezione strumentale ad aver ottenuto un ampio successo di pubblico negli ultimi dieci anni: nel 2011, Calvin Harris e Rihanna hanno raggiunto il vertice della classifica con We found love; quattro anni dopo, Where are ü now di Skrillex, Diplo e Justin Bieber è arrivato all’ottava posizione e ha vinto un Grammy Award per la migliore registrazione dance; e se preferiamo un esempio nostrano, la malinconica Tu t’e scurdat’ ’e me di Liberato è stata certificata con il disco di platino nel 2018. Fino ad arrivare a un intero genere, la trap, che sembra nato per prescindere dai ritornelli (a titolo d’esempio, si ascolti Moonlight dello statunitense XXXTentacion).

Ma la rivoluzione delle strutture nel pop non si limita certo all’eliminazione dei ritornelli. Basta infatti abbandonarsi alla riproduzione casuale di Spotify per imbattersi inevitabilmente in canzoni più anomale. Come Sicko mode di Travis Scott e Drake, sorta di Frankenstein di tre brani completamente diversi per flow (letteralmente “flusso”, ovvero la fluidità con cui un rapper scandisce le rime nelle proprie metriche), melodia e ritmo. Un esperimento premiato con la prima posizione nella Top 10 e il riconoscimento del disco di diamante da parte della Recording industry association of America. O come Safaera di Bad Bunny, numero 1 nella classifica spagnola, cinque minuti in cui si fondono otto ritmi e cinque differenti tipi di flow.

Infine, anche la durata sta cambiando: se usiamo come parametro la lunghezza media delle canzoni che hanno raggiunto la prima posizione in classifica, infatti, notiamo come in soli 15 anni questa sia scesa dai 4 minuti e 4 secondi del 2006 ai 3 minuti e 18 secondi attuali.

Oggigiorno, obbedendo all’algoritmo di app e social, per una band che aspiri al successo è ingiustificabile produrre capolavori come il lungo assolo di Stairway to Heaven dei Led Zeppelin (brano di 8 minuti e 2 secondi) o l’ossessività di The End dei Doors (11 minuti e 40 secondi): figurarsi unire le due cose, come nella lucida follia di Echoes dei Pink Floyd (23 minuti e 31 secondi!). Di conseguenza, per rispondere alla cultura dello stream, è aumentato anche il numero medio di canzoni inserite negli album: Lil B ne ha siglato uno, Black Ken, da 27 tracce, mentre Indigo di Chris Brown ne contiene ben 45.

Cosa ci riserva dunque il futuro?

Da un lato, la sensazione non può che essere di perdita: il rischio, neppure troppo velato, è che la creatività degli artisti venga asservita a una platea di uditori troppo impazienti e assuefatti ai video-meme di 5 secondi, alle colonne sonore di TikTok da 12 secondi o alle pubblicità di 30 per non premere il pulsante “salta” dopo pochi istanti di un brano tradizionale. Dall’altro lato, ora che la struttura ha cessato di essere rigida e che le sezioni possono iniziare e finire a piacimento, i musicisti potrebbero trovare nuovi modi di esprimersi, creando suoni e melodie mai immaginati in precedenza. Come cantavano i R.E.M. nell’omonima canzone del 1987: «È la fine del mondo per come lo conosciamo, e mi sento bene». Peccato solo che si trattasse di un ritornello.