Revolut all’assalto dell’open banking italiano, il fintech rilancia la sfida alle banche tradizionali

Un anno fa, la direttiva europea Psd2 ha cancellato il classico modello di banca ancorata a schemi tradizionali aprendo il mercato a piattaforme integrate dove a guidare sono i dati e la tecnologia. Un approccio che ha visto i grandi gruppi italiani muoversi in ritardo, prestando il fianco ai colossi del fintech come Revolut. Al punto che Nik Storonsky, fondatore e amministratore delegato della società inglese – gigante tech valutato oltre 5 miliardi di dollari – parla spesso di “momento Amazon” per spiegare il cambiamento che sta attraversando il settore bancario: “Quindici anni fa Amazon ha stravolto il mercato del retail. Un sacco di piccoli negozi hanno chiuso e tante grandi catene sono entrate in crisi. E’ la stessa disruption che sta vivendo il comparto finanziario. Oggi i negozi hanno smesso di fare la guerra ad Amazon e ne sfruttano le potenzialità a cominciare dalla sua infrastruttura. Le banche potrebbero fare la stessa cosa. I regolamenti adesso lo permettono. Il futuro è nell’open banking”.

 

Leggi anche Parla il fondatore di Revolut: “Le banche ridevano di noi, ora vogliono copiarci”

Corrado Passera, fondatore e ad di illimity, è stato uno dei primi banchieri italiani a muoversi in questa direzione convinto che le “banche che fanno tutto non sopravvivranno” e che sia fondamentale “allearsi con il fintech“. Anche perché a spingere forte l’acceleratore in questa direzione sono proprio quei soggetti che negli ultimi anni hanno scardinato l’impianto tradizionale. Come Revolut che ha appena lanciato l’open banking per i suoi clienti italiani collegando alla sua app i conti i conti Intesa Sanpaolo, UniCredit, UBI Banca, Banco BPM e Poste Italiane.

Leggi anche Passera: “La banca che fa tutto non sopravviverà, illimity sarà una piattaforma aperta”

Un modello già lanciato da Intesa Sanpaolo e Unicredit con l’obiettivo di abbracciare nuovi modelli di business e di andare incontro alle aspettative dei clienti per non perdere quote di mercato. A differenza dei giganti tradizionali, però, la mossa di Revolut non è difensiva della posizione, ma fa parte di un percorso di crescita. D’altra parte l’obiettivo di Storonsky è chiaro: aumentare i servizi senza creare “inutili strutture per far risparmiare i nostri utenti fornendo loro quello di cui hanno bisogno”. Con il risultato che “prima le banche ridevano di noi, poi hanno cercato di copiarci”.

Leggi anche “Le banche che non si alleano al fintech saranno spazzate via”: la previsione del fondatore di Tink

La nuova offerta di Open Banking di Revolut è stata costruita in partnership con TrueLayer, tra i principale fornitori europei di API finanziarie, un’azienda londinese dal cuore tutto italiano: “Siamo felici di che la nostra partnership con Revolut stia andando avanti rapidamente con l’implementazione dell’Open banking in Europa” dice Francesco Simoneschi, co-Founder e ceo di TrueLayer secondo cui in Italia, “open banking e Psd2 hanno una grande opportunità di portare innovazione al settore finanziario tradizionale anche se oggi la penetrazione è ancora scarsa”.

Leggi anche Hype, la sfida italiana a Revolut e N26: “Le banche sono fabbriche di prodotti, noi abilitiamo il cambiamento”

Anche perché a guidare la transizione fino a oggi sono state soprattutto le fintech: “Hanno tempi di reazione più veloci – dice Simoneschi -, ma l’open banking spingerà l’innovazione delle banche tradizionali”.

Leggi anche ‘Sono Robin Hood, con TransferWise tolgo miliardi alle banche per restituirli ai lavoratori’

Di certo chi non saprà cogliere il cambiamento verrà travolto: “Per il momento – prosegue il Ceo di TrueLayer – il vantaggio competitivo delle app è tutto nei pagamenti e nelle interazioni con i clienti. Il core business delle banche non è ancora stato intaccato, ma questa situazione non durerà a lungo. Il mercato raggiungerà la sua maturità nei prossimi due o tre anni. E a quel punto le banche che saranno rimaste ferme dovranno preoccuparsi”.

Francesco Simoneschi di TrueLayer

La soluzione migliore sarebbe quella di far convivere due mondi che ancora faticano a comunicare tra loro “anche perché quando una tecnologia esiste i clienti iniziano a volerla. E creare un modello di business comune aumenterebbe i vantaggi per il sistema e per i consumatori”.